Veleno e antidoto: osservo troppo in profondità, non comprendo ciò che vedo, parafrasi di questa inconcludente ricerca è il mio corpo.
Vedo nero dentro, dipingo di nero anche il fuori.
Il mio senso potenziato è il sentire stesso, e come un cieco ode e annusa più forte degli altri, dentro di me, tra la cassa toracica e il cervello -punto mediano, la gola- c’è un assiduo, frenetico valzer di tutto quel che mi sfiora: vedo dubbi accarezzare i fianchi all’impulsività, paura respingere con amarezza la sicurezza, un casto bacio a fior di labbra tra felicità e tristezza, coppie di veleni, coppie di antidoti, orge di sentimenti e tracotanza.
Mi lasciano così sfinita. Dance dance dance, continua a danzare, danza finché non avrai espiato la tua colpa, l’insaziabilità di tutto ciò che è ossimorico e scomodo, la volontà di provare e dimostrare la magnificenza di esistere per una causa più grande di te, la percezione – forse fin troppo umana- di essere più che umana, ultraterrena e fiabesca, la ricerca di una trama da seguire solo per relegarla all’usurato appellativo Destino, la speranza che i tuoi sogni di dolore – io coi capelli biondi e margherite intrecciate, un uomo che mi annusa e dice che profumo di dolore; io che mi getto dalla cattedrale di Praga, ed essa crolla con me; io, strega, che vengo murata viva perché ho peccato; io che vago per città eterne ed ibride; io che scovo la Venezia Sotterranea, e tra tendaggi rosso cremisi e mura di pietra senza luce, trovo il museo dei miei dipinti; io che piango perché un vecchio spirito mi fa leggere un segreto in una lingua arcaica; io che riporto in vita una donna uccisa scrivendo col sangue la parola Vita- siano portatori di verità e stralci di vissuti importanti.
Veleno e antidoto: detesto me stessa perché c’è qualcosa che mi sfugge.

Foto: Rui Palha