Abito a Roma da otto anni e questa è decisamente una città che ti risucchia, ti leva ogni energia a fine giornata ed è in continuo movimento e trasformazione.

Io sono aquilana ed ero abituata a ritmi più lenti, tutto a disposizione, tutto raggiungibile a piedi, dove per prendere un caffè con un’amica non avevi bisogno di concordarlo due giorni prima ma bastavano dieci minuti.

All’inizio è stato davvero difficile abituarmi ed accettare questo stile di vita, oggi questa città è diventata la mia seconda casa e la amo come fosse la prima.

Sono educatrice in un nido, e il mio lavoro è la cosa più bella che avrei potuto immaginare per me. Sorridere al mattino perché sto andando a fare ciò che amo di più mi dà la carica per affrontare tutto: traffico, clacson impazziti ad ogni ora, imprecazioni di sconosciuti che ce l’hanno con il mondo intero.

Dal 5 marzo sono in cassa integrazione e segregata in una palazzina di 8 piani, 34 appartamenti, in una casa bella e piccola..ma vuota.

Il mio lavoro si basa sulla relazione visiva e attraverso il contatto fisico con i bambini e le bambine, che non superano i 3 anni di vita.

Fin da subito, io e le mie colleghe abbiamo deciso di sostenere le famiglie attraverso l’unico mezzo che oggi ci permette di essere tutti un po’ più vicini: la tecnologia.

Proprio quella tecnologia che abbiamo sempre deciso di evitare a lavoro, dove le comunicazioni alle famiglie avvenivano attraverso dei fogliettini messi sugli appendini dei figli e delle figlie o, quelle generiche, scritte su una lavagna all’ingresso della struttura.

Ogni giorno, puntuali come un orologio svizzero pubblichiamo sulla pagina facebook del nido, un’attività da noi creata qui in casa, o una lettura di quei libri che leggevamo loro ogni giorno, o consigli di ricette da fare insieme.

Cerchiamo nel nostro piccolo di supportare le famiglie in questo modo, dando loro una continuità. Da qualche settimana ogni educatrice ha la mail del genitore del suo gruppo di riferimento per poter comunicare in modo più diretto con loro, scambiare consigli, informazioni e capire se hanno delle necessità particolari a cui possiamo rispondere.

Più volte mi sono commossa leggendo i racconti che ci fanno dei loro bimbi e delle loro bimbe, con le foto o con i video che mi hanno inoltrato o leggere di un bambino che quando mi ha vista nel video che gli avevo mandato per la troppa emozione è corso a nascondersi sotto al tavolo.

Una mamma mi ha scritto:

‘Questi bimbi hanno visto interrotto all’improvviso e senza capire il motivo il loro modo di vivere, il loro processo di socializzazione che con le sue routine era buona parte della loro sicurezza emotiva.’

Questo pensiero fa capire molto bene come questa situazione che stiamo vivendo ha completamente stravolto la vita di ognuno di noi, dai più piccoli ai più grandi.

Nel primo periodo di questa quarantena mi sono spenta, come se io fossi un disco che suona e qualcuno avesse tolto la corrente nel pieno di una festa.

Non riuscivo a capire come fare per entrare nell’ottica di un cambiamento così grande, dove per comunicare e continuare a trasmettere ai bimbi e alle bimbe potevo farlo solo attraverso un gelido schermo.

Rivoluzionare il modo di lavorare, adattarsi alla situazione e cambiare ogni schema.

Il cambiamento non ha mai fatto per me, sono una di quelle persone che preferisce restare nella sua zona di comfort.

Riconosco però che le difficoltà fanno uscire sempre una parte di noi che nessuno immaginava esistesse.

Cosa dire? È tosta. Tutti l’avevano detto ma nessuno se la sarebbe immaginata così.

Ma per affrontare tutto bisogna sempre sapersi riadattare, e noi aquilani questo lo sappiamo bene.

Oggi questo gelido schermo mi aiuta a far uscire una me che non mi sarei aspettata.

Ora come ora dobbiamo solo rimboccarci le maniche (e anche un bel bicchiere di rosso perché no!), facendo del nostro meglio per aspettare di tornare a vivere le nostre vite che tanto ci mancano.

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