Illustrazione di Giulia Pex

30 anni fa circa ero un’architetta. Vivevo nella periferia londinese, a Brixton. Sono arrivata lì negli anni ’80 quando la polizia metropolitana aveva appena iniziato l’Operazione Swamp 81, con l’obiettivo di ridurre la criminalità di strada. Tutti e tutte venivano perquisiti/e continuamente, soprattutto se la tua pelle non era bianca e se la tua provenienza era afrojamaicana. Mio padre è stato arrestato diverse volte, tornava a casa spesso ubriaco e un giorno è uscito e non è più tornato. Mia madre invece faceva la cameriera in una tavola calda e in mano aveva sempre una sigaretta e un liquore.

Sono riuscita ad allontanarmi da lei e dalle sue angherie fisiche e psicologiche quando ho conosciuto l’uomo che di lì a poco sarebbe diventato mio marito. Ho studiato, mi sono laureata, mi sono sposata e la mia vita sembrava essere perfetta.

Lui era un boxeur, un uomo forte, molto determinato, premuroso e molto attento al nostro amore. Diceva che bisognava coltivarlo ogni giorno, curarlo e non lasciarlo alla mercè del tempo che passa, né dell’usura.

Il mio compagno era tutto ciò che di più bello avrei potuto desiderare al mio fianco, nella mia vita.

30 anni fa ero un’architetta almeno fin quando non sono andata per la prima volta al pronto soccorso per un pugno in faccia che mi ha spaccato tutti i denti, rompendomi la mandibola, il naso. Non sono uscita per 1 mese da casa e al mio medico ho detto di aver avuto un incidente. Lui non mi ha creduto e qualche giorno dopo mi ha raggiunto a lavoro, implorandomi di denunciare.

Io non l’ho fatto. Il mio amore per lui era enorme, il mio amore per lui era così forte che mi accecava come un sole forte. Un po’ come quando mia madre mi diceva che se era così severa con me, lo faceva per il mio bene, “life is a nightmare, hun and you have to be ready” (la vita è un incubo, cara e devi essere pronta a questo).

Una volta mi ha detto di non uscire di casa per una settimana, c’era il vicino di casa che mi guardava insistentemente e lui non voleva. Era geloso. Dopo varie discussioni, ho deciso di prendere una settimana di ferie, pensando mi facesse riposare un po’ dal lavoro e un giorno è arrivato un pacco a casa, ho aperto, era un vestito che avevo ordinato tempo prima. La sera l’ho indossato per il suo ritorno, ho preparato una buonissima cena e l’ho aspettato a casa. Quando è tornato mi ha detto che non avrei dovuto aprire per ritirare il pacco, mi ha stracciato il vestito di dosso costringendomi ad avere un rapporto, facendomi provare un dolore immenso, prendendomi i capelli fino a spezzarli. Era geloso ed io avevo paura. La mia vita piano piano scivolava dalle mie mani come fosse solo polvere, per quanto mi sforzassi non riuscivo a trattenere più nulla. In poco tempo ho iniziato a non uscire più da casa se non per andare al lavoro, mi sono allontanata dalle persone che mi circondavano e la sola cosa che mi veniva bene fare era giustificarlo e giustificarmi di continuo. L’idea che avrei potuto cambiare tutto e far tornare tutto come prima era più forte di qualsiasi schiaffo. Così come la paura di ricominciare da sola, di accettare il fatto di aver accanto una persona con dei seri problemi, non più l’uomo che avevo conosciuto, ma il suo mostro. Credo ci sia un verme che s’insinua dentro di te quando smetti di essere te stessa e inizi ad essere tutto ciò che piace e non fa arrabbiare lui. E’ il verme della paura, che a volte ti fa scappare sì, ma non abbastanza da farlo per sempre.

Mi diceva che ero grassa, brutta, sbagliata, mi diceva che non ero femminile abbastanza. E io mi coprivo i lividi con il fondotinta, ogni volta che entravo a lavoro e ogni giorno della mia vita tutto ciò che volevo incarnare era la realizzazione del sogno di una famiglia perfetta. Questo era il mio unico compito.

Oggi non sono più un’architetta, sono una boxeur, mi sono trasformata in tutto ciò che ho temuto di più per anni e non l’ho fatto per emulare il mostro che viveva in casa mia, ma l’ho fatto perché dovevo ripartire dalla forza che avevo dentro di me e convertirla in cambiamento. Lavoro nelle comunità locali per aiutare figli e figlie di uomini e donne vittime di sparatorie.

Aiuto le persone a tenere accesa la luce che dentro di loro riscalda la vita. Se sono qui è solo grazie a quel seme di ribellione che da sempre cova dentro di me e che ora fiorisce di continuo. Cambiate la vostra vita se quello che vi dà non è la pace, abbiate il coraggio di rompere le gabbie dorate che questa società patriarcale e maschilista continuamente ci costruisce intorno. Voi non siete la vostra femminilità, non siete le radici che mettete né i figli e le figlie che fate. Siete la luce che è dentro di voi e che vi guiderà sempre, se solo avrete il coraggio di seguirla. Possiamo, sempre.