Resto bloccata in una vita domestica frenetica, ma allo stesso tempo immobile, nelle quattro mura di casa mia, alternando otto ore davanti al pc, alla gestione della famiglia e della casa stessa. Mi alzo, mi preparo, vesto e faccio mangiare mia figlia, mi vesto, mi trucco – mai perdere le abitudini che ti fanno sentire bella e importante, dicono gli esperti – e non esco dal salotto di casa. Resto lì tutto il giorno in venticinque metri quadrati a “vivere”. E dico: “menomale”.

Il mese di marzo è stato un incubo giornaliero, vissuto nel costante terrore di ricevere una chiamata con la quale la ASL ci avvisasse di un caso positivo tra i colleghi. Si, perché quando lavori con 400 persone in cubicall poco distanti dall’idea di una gabbia, in uno spazio chiuso e con poche finestre, beh c’è poco da ridere.

Un mese lunghissimo in cui ci siamo ritrovate nuovamente di fronte alla scelta stile anni ‘60: lavoro o casa? Andare al lavoro e mischiarsi con gli altri sembrava quasi un tradimento verso i propri cari, la famiglia e la casa, questo fantomatico luogo sicuro che la donna non deve lasciare se non è strettamente necessario; il posto da difendere con le unghie e con i denti, il posto che è sicuro solo se mamma è a casa e se papà va a lavorare. Ebbene, a casa mia è successo il contrario: papà in smart working da casa e mamma tutti i giorni in trincea a svolgere questo incredibile servizio essenziale. Essenziale dalla notte alla mattina, ma le lavoratrici ed i lavoratori del call center come me restano attaccati alle cuffie e non le smollano. Poche le tutele, che si risolvono in distanze approssimate di due metri gli uni dagli altri e la quasi impossibilità di muoversi liberamente, tra zone di ristoro chiuse e acqua e snack distribuiti sui floors per limitare al massimo lo spostamento ed il contatto.

E se il caso positivo fossi stata io? L’unico modo era attivare lo smart working per tutti, rapidamente. Come sindacati abbiamo lavorato il più velocemente possibile, con non poche difficoltà, per collaborare con l’azienda e trovare un compromesso di gestione.

Finalmente arriviamo al risultato: da casa.

E con il risultato arriva il triplo del lavoro e delle preoccupazioni. Noi siamo due, ma penso a molte colleghe mamme single che si ritrovano apparentemente al sicuro, ma sole nella

gestione del quotidiano, tutto in una stanza. Le donne sono nuovamente in difficoltà, anche nella certezza di lavorare da casa. Donna, madre, lavoratrice. È difficile in quale ordine mettere queste parole che racchiudono la realtà di moltissime di noi. Se mi fermo a pensarci sembra essere anche inutile trovare un ordine fisso e preciso ma, ai tempi del COVID-19, sembra ancora più lontano separare un ruolo dall’altro. Mi ritrovo, insieme a tutte le mie colleghe, seppur distanti, a vivere una realtà scombinata, preoccupata per me stessa e per i miei “altri”. Una realtà in cui ogni giorno è molto simile all’altro, sommerse da un lato da chiamate di chi all’altro capo sta sempre peggio di te e, dall’altro, dalla vita che ti chiede di essere vissuta, che ti guarda con due occhi grandi come il cielo pregandoti -mamma- di darle tutta la tua attenzione ed il tuo amore. Tante come me stanno cercando di trovare il giusto equilibrio tra una cosa e l’altra in una nuova lotta di genere.

A tutte noi va il mio pensiero, costantemente, augurandomi che ognuna di noi trovi la forza per affrontare questa quotidianità smostrata uscendone più forti di prima.

Illustrazione : Nickvector