Storie Libera-Te

Non siamo le violenze che abbiamo subìto, siamo il coraggio con cui le abbiamo affrontate

EROI IN CRISI

Sono le 19:45 e imbocco la tangenziale a velocità discreta con la fretta di chi vuole già essere sulla porta di casa. Ho appena finito il turno di lavoro.

Roma è cosi silenziosa e spettrale. Una scena surreale.

Impiego quindici minuti per tornare a casa e tutto ciò è ancora più surreale.

Rifletto sul fatto che di solito faccio quel tragitto in un’ ora se mi dice bene e rifletto anche sul fatto di  quante volte ho imprecato cercando di farmela passare, ascoltando la musica più assurda.

Entro in garage, parcheggio l’auto e salgo a casa.

Abito all’ultimo piano di una palazzina di quattro piani alla periferia della zona est di Roma. Ho scelto questo appartamento per sentirmi “on top” senza rotture di coglioni che ti camminano in testa a tutte le ore.

Lascio le scarpe fuori la porta e mi tolgo i vestiti in un angolo del salotto.

Una grandiosa doccia calda di mezz’ora con tanto sapone, sfregando la pelle fino a farmi rosso gambero(ci vuole poco visto che ho la pelle chiara e delicata come quella di un neonato).

Infilo la mia tuta domestica, o meglio ancora, addomesticata.

Una tuta che avrò dai tempi del liceo, di quelle con l’elastico sbrindellato e quel tessuto che non troverai più in nessun’altra tuta che mi scende morbido addosso quasi come non ne avvertissi il tocco sulla pelle.

A casa un silenzio gelido che di solito non avverto pur vivendo da sola.

Sarà forse perché la maggior parte delle volte che rientro a casa apro la porta con il telefono tra la spalla e l’orecchio, le mani occupate dalle buste della spesa, pezzi che mi perdo per strada, chiavi dimenticate  in macchina e qualcuno che viene a cena e mi devo affrettare a cucinare qualcosa di buono.

Si perché a me piace molto la mia vita.

La mia vita libera e movimentata senza vincoli e con apertura a tutto.

Anche agli imprevisti.

Ecco, appunto. L’imprevisto.

All’ improvviso mi ritrovo in un altro scenario e forse sono un’altra me.

Una birra e una sigaretta ci stanno bene adesso in veranda.

E rifletto. E’ il mio momento topico quello della veranda.

Non accendo la tv perché le notizie le vivo dentro l’ospedale ogni minuto della giornata.

Sono un medico e lavoro nel Covid Hospital.

E noi siamo nella più grossa crisi sanitaria della storia dell’umanità nel mondo del benessere.

Mi domando: ma perche? Perché ho scelto di fare questo nella vita?

Eppure avevo apparentemente altre propensioni…mente matematica, carattere solare, spirito libero. Avrei potuto fare l’ingegnere come da tradizione familiare, o magari l’architetto per andare sempre su strade diverse da quelle rettilinee come mi dice mio fratello Claudio.

Certo, chi di noi non ha giocato da bambino a medico e paziente??

Io ho insistito però!

Ed eccomi qua, dopo 6 anni di studi universitari,5 di specializzazione e 12 di corsia…come dire una martellata sulle gengive della vita…ogni mattina sveglia alle 6, affronto il traffico prepotente di Roma e vado in ospedale…o almeno questo facevo fino a qualche giorno fa.

Con grosso sacrificio affronto la parte emotiva del mio lavoro perché ho già visto troppa tristezza negli occhi di chi ha la paura della malattia, della sofferenza e ti prega un aiuto. A volte solo una parola di conforto.

Ho già visto troppa paura in tanti occhi e a volte sai che non puoi fare di più. Perfino quelli di mio padre in un letto di terapia intensiva ho dovuto vedere.

I medici assumono due sembianze dico io. O quella di algido camice inamidato o quella di Padre Pio.

Io mi identificavo in Padre Pio fino a poco tempo fa poi sono diventata inamidata.

Ma questi sono pensieri che un medico difficilmente confesserà.

Da un giorno all’altro è arrivata la peste, il nemico invisibile come lo chiamano. Il Coronavirus.

E’ arrivato da molto lontano, quel lontano che pensavamo non ci riguardasse.

E già.

Presi di soppiatto nelle nostre vite facili, dove siamo capaci di annoiarci , lamentarci , maledire il cielo per le cazzate.

La vera presa di coscienza una mattina quando mi sveglio e vedo la chat di reparto già intasata di messaggi, comunicati, sproloqui, gente in pieno delirio e in ultimo il primario..OGGI RIUNIONE ALLE 12 IN PUNTO IN BIBLIOTECA DEL POLICLINICO.

Alle 11:45 già tutti presenti e si comincia la riunione.

Il primario sentenzia: -SIAMO DENTRO UNA CRISI SANITARIA SENZA PRECEDENTI E SIAMO CHIAMATI ALLE ARMI –

 -SILENZIO-

Tutti abbiamo pensato: quali armi?

Non ne abbiamo.

Non c’è una cura efficace, non c’è un vaccino e noi non abbiamo i mezzi per difenderci.

Sarà un massacro!

Le notizie ai tg e i messaggi vocali dei colleghi di Milano, Bergamo, Brescia che giravano nelle chat ci avevano già gelato nei giorni precedenti .

Erano andati a combattere in nome di quel senso del dovere che il camice bianco impone senza potersi esimere dallo stare in campo e sprovvisti di protezioni.

-ENTRO OGGI DEVO COMUNICARE I NOMINATIVI DI CHI SI OCCUPERA’ DEI PAZIENTI COVID POSITIVI- dice il primario.

-SILENZIO-

-CI SONO VOLONTARI?-

dopo minuti di silenzio….

Io professore!. Si alza la mia collega e amica G.

Anche io. Rispondo rimanendo seduta nella sedia accanto a lei.

Reparti trasformati, corsie attrezzate a campi di isolamento. La caposala che fino a ieri prendevi sotto braccio e si cominciava il giro visita non la riconosci più.  Anzi lei non sta più li e quel reparto non è più il tuo. Non riconosci più nessuno bardati in quel modo.

Le porte delle stanze chiuse.

Dentro ci sono persone isolate. Vite umane che hanno bisogno di aiuto .

E noi barricati dentro camici idrorepellenti che mettono a dura  prova la tua vescica, maschere che ti tagliano il naso e occhiali che ti lasciano il cerchio alla testa e si appannano appena li metti.

Questi schermi non fanno passare i virus, forse, ma fanno passare la paura.

Paura di non essere abbastanza pronti e coraggiosi.

Sono già alla terza sigaretta e all’ultimo goccio di birra.

ILLUSTRAZIONE: DANIELLE DUER

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Sono educatrice in un nido e il mio lavoro è la cosa più bella che avrei potuto immaginare per me.

  1. Giacinto

    Grazie Francesca, le notizie che senti ai tg rattristano tutti, ma poi quando sei colpito direttamente da questa peste, ti rendi conto a cosa vai incontro veramente. La cosa più brutta è la solitudine che ti attanaglia. Non poter stare vicino a chi è ammalato, ti rende impotente ed allora pensi a quelli come te che ti sostituiscono nel dare aiuto e conforto al malato.

    • Gabriele

      Francesca, conosciamo la tua generosità e la tua spontaneità, ora sei un angelo della vita e per la vita! Grazie

  2. Zio Angelo

    Cara dottoressa avevo lasciato un commento ma poi zia Matilde mi ha urlato : è pronto !!! ed allora prima di inserire la mia email sono andato a pranzo . Abbiamo bevuto un po’ , come sai è il mio compleanno , ma quando sono andato per mettere la mia email il commento era sparito e chiaramente non ricordo quello che avevo scritto . Allora , non ricordando niente ti dico , cara Francesca tu sei la nostra luce … Il tunnel non c’è poiché ci sei tu e sappiamo pure che se suoniamo al tuo campanello ci aprirai sempre . Comunque noi cercheremo di non suonare mai a quel cazzo di campanello …. E come dice quella suora : che Dio ci aiuti ti abbraccio e ti faccio i complimenti per il bel messaggio che ci hai inviato concludendo che la tua vita …. La tua professione ed il tuo altruismo ti fanno onore .

  3. Matilde

    Grazie Francesca “leonessa!!!tu sei il nostro dono! Sai parlare con tenerezza; la gentilezza è nel tuo volto, nei tuoi occhi e nel tuo sorriso!!non dai solo cure ma anche il tuo cuore…..

  4. matilde

    Grazie Francesca ! tu sei il nostro dono,sai parlare con competenza ,con tenerezza e con gentilezza….non dai solo cure ma anche il tuo cuore.

  5. Angelo

    Cara dottoressa le tue parole mi hanno colpito nell’intimo , sei la nostra luce e penso anche che la professione di medico che tu hai scelto calzi perfettamente alle doti umane che ti porti dietro. Un abbraccio forte e come dice quella famosa suora : che Dio ci aiuti , aiuti voi in prima fila e noi che arranchiamo nelle retrovie.

  6. Patrizia Amici

    Buongiorno Francesca, anni addietro, ho avuto bisogno di aiuto per la mia adorata mamma che, pur non essendo una tua pazie nte ha ricevuto assistenza e cure e questo mi ha fatto sentire sostenuta nel decorso della sua malattia. Sapere che ci sono medici, come te, che svolgono la loro professione con scienza e coscienza, senza trascurare i principi morali di umanità e solidarietà riempie il cuore di gioia e fiducia. Grazie per tutto quello che fai e fate , nonostante la paura, più che legittima, verso un Killer sempre in agguato. Grazie di esistere

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